L’ultima illusione - credere di essere svegli mentre il sonno è più profondo che mai - di RVSCB
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L’uomo moderno si crede sveglio perché la sveglia suona ogni mattina, perché il caffè lo brucia sulla lingua e perché lo schermo del telefono gli getta addosso un fascio di luce blu prima ancora che apra bene gli occhi.
Eppure questo essere che si ritiene cosciente è più addormentato di un monaco in meditazione, più ipnotizzato di un pubblico di un comizio, più prigioniero di un condannato all’ergastolo. Solo che la sua cella non ha sbarre, il suo sonnifero si chiama intrattenimento, e il suo carceriere preferito è lui stesso.
La grande menzogna del ventunesimo secolo è che siamo liberi. Scegliamo tra venti marchi di acqua minerale, tra cento canali televisivi, tra mille influencer che ci dicono cosa indossare, cosa mangiare, cosa pensare. Una libertà da supermercato, confezionata in cellophane, che si guasta se non la consumi entro la data di scadenza del prossimo modello. La vera libertà – quella che fa paura, quella che richiede silenzio, solitudine, coraggio – è stata accuratamente rimossa dalla circolazione. Perché un uomo veramente libero smetterebbe di consumare, e un uomo che smette di consumare è il nemico numero uno di un sistema che si regge sull’insoddisfazione perpetua.
L’algoritmo ci ha resi prevedibili. Sa cosa leggeremo domani, cosa compreremo dopodomani, cosa odieremo tra una settimana. Ci ha trasformati in automi con la pretesa di essere originali, in gregari convinti di essere capibranco, in sonnambuli che giurano di avere gli occhi spalancati.
La prova è semplice: prova a spegnere il telefono per un giorno intero, senza preavviso, senza motivo, senza sostituti. Il vuoto che sentirai non sarà la libertà, ma il ritiro della droga.
L’educazione, un tempo palestra del pensiero critico, si è ridotta a addestramento per test a risposta multipla. Le scuole premiano chi ripete, non chi interroga. Le università sfornano professionisti eccellenti nella gestione dell’esistente, incapaci di immaginare un diverso.
I bambini imparano presto che fare domande scomode costa caro, che uscire dal coraggio è rischioso, che l’originalità è un lusso che si possono permettere solo i ricchi o i folli. Così si cresce, si diventa adulti, si invecchia, e un giorno ci si accorge di non aver mai avuto un pensiero che non fosse già stato pensato da qualcun altro.
La politica, specchio fedele di questa ipnosi collettiva, si è trasformata in un teatrino dove le parti sono scritte in anticipo e gli spettatori applaudono o fischiano a comando, convinti di partecipare al gioco democratico quando in realtà stanno solo scegliendo tra due marche di dentifricio. I problemi veri – la disuguaglianza, l’ingiustizia fiscale, l’impoverimento culturale – restano fuori dal dibattito perché troppo complessi per essere ridotti a slogan da comizio.
Meglio parlare di immigrazione, di sicurezza, di valori traditi. Meglio creare nemici esterni che unire contro un nemico interno che non vuole essere nominato.
La religione stessa, che potrebbe essere una via di risveglio, è stata addomesticata. Le chiese sono diventate sale d’attesa per una felicità posticipata, i preti hanno imparato a non disturbare, i fedeli a non pensare.
Il messaggio eversivo di Gesù – “beati i poveri”, “guai ai ricchi” – è stato riposto in soffitta, sostituito da una morale rassicurante che non scalfisce le coscienze.
Meglio una processione che un digiuno, meglio una statua che una carezza data al moribondo, meglio un rosario recitato a macchinetta che lo smarrimento fecondo di chi si interroga sul senso della vita.
L’arte, infine, l’ultima trincea dell’anima, si è venduta al mercato. I musei espongono installazioni che sono solo noia travestita da provocazione, i cinema producono sequel di sequel che non raccontano nulla, la musica è diventata un sottofondo per palestre e centri commerciali.
L’artista autentico, quello che grida, che ferisce, che sveglia, è stato relegato nei circuiti underground, dove la sua voce non arriva a disturbare i sonni tranquilli dei benpensanti.
Eppure, in mezzo a questo deserto, qualche crepa si apre. Un ragazzo che brucia i propri libri di testo per protesta. Una ragazza che rifiuta lo smartphone e scrive lettere a mano. Un operaio che legge Marx durante la pausa pranzo. Un prete che predica il Vangelo senza censure, perdendo i fedeli ma guadagnando la verità. Sono segni minimi, quasi invisibili, lampi di una coscienza che si riaccende. Ma ogni incendio comincia con una scintilla.
L’illusione di essere svegli è la più pericolosa perché impedisce di cercare il risveglio. Come si può curare un sonnambulo che giura di essere in piena forma? Come si può aiutare un uomo a uscire dalla prigione se non sa di esserci dentro? La prima mossa è la più difficile: ammettere che il sonno è totale, che la libertà è una finzione, che la nostra vita corre su binari tracciati da mani invisibili.
Solo allora, nell’abisso di questa consapevolezza, può nascere il desiderio di uscire. E il desiderio, quando è autentico, apre porte che le chiavi non aprono.
L’uscita non è collettiva. Non ci sarà una rivoluzione che ci libererà tutti insieme. Ognuno dovrà fare la propria fuga, trovare la propria via, accettare il prezzo della solitudine.
Ma una volta fuori, anche solo per un istante, si capisce che la fatica è valsa la pena.
E quella breccia, quel varco, quella ferita aperta nel muro dell’ipnosi quotidiana, è già un atto di guerra.
La guerra più silenziosa e più vera che un uomo possa combattere.
RVSCB
Bibliografia
Debord, Guy, La società dello spettacolo, trad. it. di P. Salvadori, Baldini & Castoldi, Milano 1997.
Han, Byung-Chul, Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere, trad. it. di F. Iannelli, nottetempo, Roma 2014.
Anders, Günther, L’uomo è antiquato. Considerazioni sull’anima nell’era della seconda rivoluzione industriale, trad. it. di L. M. Lazzarini, Bollati Boringhieri, Torino 2003.
Chomsky, Noam, Il mito della democrazia, trad. it. di D. Giusti, Ponte alle Grazie, Milano 2022.
Illich, Ivan, La convivialità, trad. it. di G. Panzieri, Mondadori, Milano 1973.
Huxley, Aldous, Il mondo nuovo, trad. it. di L. B. Taita, Mondadori, Milano 1971 (cap. XVI sulla dittatura del piacere).
Perniola, Mario, Del sentire, Einaudi, Torino 1991 (sulla estinzione dell’interiorità nella società dello spettacolo).
Pasolini, Pier Paolo, Lettere luterane, Einaudi, Torino 1976 (l’articolo “Il vuoto del potere”).
RVSCB – Archivio delle Scomode Verità, 7 maggio 2026
“Non mi interessa essere amato. Mi interessa essere letto dopo che mi avranno odiato.”