Morire di sete seduti sul pozzo - Gianluca Channel
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Morire di sete seduti sul pozzo
Cronaca di un miliardo di metri cubi sepolti sotto il peso della nostra stessa farsa.
Mentre l’Europa si trascina tra un vertice d’emergenza e l’altro, elemosinando navi di gas liquefatto come un naufrago cerca acqua dolce, nel Val di Noto accade qualcosa di pornografico per quanto è assurdo.
Sotto le vigne di Ragusa e le colline del Siracusano, nel cuore del permesso di ricerca denominato "Fiume Tellaro", giace il più grande giacimento di metano su terraferma mai censito nel Vecchio Continente.
Non sono supposizioni da bar. È la cronaca di un’occasione assassinata.
Tutto inizia ufficialmente nel febbraio 2018, quando l’allora dirigente del Dipartimento Energia, l’ingegner Tuccio D’Urso, firma il decreto che autorizza la società francese Maurel & Prom a eseguire i rilievi. I francesi non sono neofiti: portano tecnologie che in Sicilia non si vedevano dai tempi di Enrico Mattei.
Per due anni, la società scansiona il sottosuolo tra Ragusa, il Calatino e il Siracusano. Spendono 17 milioni di euro in indagini geofisiche. Il verdetto è da brividi: un bacino potenziale da 10 miliardi di metri cubi di metano.
Per capirci, è una riserva che potrebbe alimentare tre quarti d’Italia per decenni a costi di estrazione ridicoli (circa 5 centesimi al metro cubo).
Eppure, dal 2020 a oggi, il fascicolo è diventato un fermacarte d'oro massiccio nei palazzi del potere tra Palermo e Roma.
La cronaca si stringe su un nome che sembra un profumo, ma sa di beffa: Zelkova 1. È il primo pozzo esplorativo che dovrebbe bucare il suolo e confermare definitivamente il tesoro.
Mentre l’Italia firma assegni in bianco ai trader cinesi per il gas americano, Zelkova 1 è rimasto incagliato per anni in un labirinto di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale), pareri di Soprintendenza e veti incrociati. Un teatro dell’assurdo dove la tutela di un cespuglio, sacrosanta per carità, diventa l’alibi perfetto per giustificare il suicidio economico di un’intera nazione.
La parte comica, se non ci fosse da piangere, è il disinteresse. D’Urso lo ha gridato: "Non interessa a nessuno". Non interessa alla politica siciliana, che preferisce gestire le emergenze piuttosto che la ricchezza. Tanto sappiamo, l'emergenza genera voti, la ricchezza genera indipendenza.
Non interessa neanche all'ENI, la nostra "sorella nazionale", che sembra guardare altrove, forse troppo impegnata a negoziare con emiri e dittatori per accorgersi che ha la dispensa piena in casa.
Non interessa ai Sindaci, terrorizzati dal "no-triv" locale, lo stesso che però poi urla se la bolletta del comune manda l'ente in dissesto.
La cronaca ci dice che oggi, nel 2026, la Sicilia è l'hub energetico d'Europa solo per le condotte che passano sotto i suoi piedi (il Transmed dall'Algeria). Siamo il casello autostradale del gas: guardiamo passare la ricchezza degli altri, paghiamo il pedaggio più alto e restiamo a guardare il nostro metano che dorme.
È la forma più pura di colonialismo energetico auto-inflitto. Preferiamo pagare il "pizzo" ai mercati internazionali piuttosto che esercitare la sovranità nel nostro giardino.
Mentre scriviamo, la Maurel & Prom aspetta ancora che qualcuno si svegli dal torpore burocratico. Nel frattempo, il gas siciliano resta lì, sigillato nella roccia, ridendo di noi. Un giacimento record di metano coperto da un giacimento ancor più vasto di vergogna e ignavia.
Il miglior augurio? Buona e salata bolletta a tutti.
Perché ormai non paghiamo più solo il gas: paghiamo anche il privilegio di riceverlo.