Siamo Tutti Convinti Di Essere Informati. MA è DAVVERO COSI' 🤔 - di Elia Menta
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L’epoca della stupidità organizzata
L’umanità attuale non si trova al vertice di un’evoluzione o di un progresso lineare, come vogliono far crederci, ma attenzione a quello che vi dico: vive in uno spazio controllato che è giusto definire riserva cognitiva e territoriale. Rimuginate queste parole. Siamo paragonabili ai nativi americani confinati in un perimetro fisico e mentale dove la tecnologia moderna è solo un pallido surrogato, degradato di una scienza antica che univa spirito e materia.
Il sistema in cui viviamo è un circuito chiuso — chi ha orecchie per intendere, intenda — dove anche il dissenso e il presunto cosiddetto risveglio finiscono per essere funzionali allo stesso meccanismo, allo stesso sistema. Credo che questi siano i tempi più stupidi della storia umana e non lo dico con cinismo né per sentirmi migliore degli altri, migliore di qualcuno. Assolutamente no. Ma è una constatazione. È una constatazione dei fatti che abbiamo sotto gli occhi.
Il paradosso dell'informazione e la perdita di senso
Se guardiamo i fatti con attenzione, ma guardiamo veramente con attenzione e abbiamo il coraggio di osservare senza il filtro dei nostri pregiudizi, che sono tanti, vediamo qualcosa di paradossale, qualcosa di grottesco. Viviamo in un’epoca in cui siamo tutti convinti di essere informati. Siamo certi di sapere, giuriamo di aver finalmente capito come gira il mondo. Eppure non c’è stata mai tanta confusione, mai tanta divisione, mai una perdita così totale del senso stesso dell’esistere.
Oggi vorrei riflettere con voi proprio su questo, non per vendervi soluzioni miracolose. Là fuori è già un gran bazar di vendita, di pacchetti, di risvegli e roba similare, tutto a buon prezzo. Io sono qui oggi, che tra l’altro è il giorno di Pasqua, perché se riusciamo a guardare insieme l’abisso in cui siamo finiti, possiamo forse smettere di continuare a scivolarci, a caderci dentro. Possiamo recuperare un briciolo di dignità, un frammento di buon senso. Quello che sto per dirvi non è piacevole, ma credo sia una delle poche cose reali che ci resta da fare.
Biologia della distrazione: lo stato di Beta perenne
Partiamo da una domanda: perché oggi si preferisce il rumore alla verità? Non credo sia solo pigrizia, credo invece che sia biologia. Ascoltate bene: che sia biologia. Il sistema ha scoperto che il cervello, se bombardato da microstimoli costanti, smette di produrre onde cerebrali profonde. In realtà quello che accade è che viviamo in uno stato di beta perenne.
Che cos’è uno stato di beta? È un’attività rapida e veloce del cervello, non sincronizzata, tipica dello stato di allerta, ma è un’allerta artificiale, non naturale. Ed è un’allerta artificiale che consuma le ghiandole surrenali. In questo stato si può solo reagire. La stupidità organizzata è una saturazione del segnale. Che cosa vuol dire? Vuol dire che tanta, troppa roba che ci arriva al di sopra delle nostre capacità di assimilarle porta a un cattivo funzionamento della mente e del cervello.
Antenne viventi e interferenze elettromagnetiche
Se la propria antenna — cioè noi stessi — è piena di interferenze (perché noi siamo delle antenne viventi, questo mi pare un fatto scontato), non può ricevere le frequenze della propria anima. Lo so, vi sto dicendo qualcosa di grosso, ma ascoltate bene. Siamo come una radio che gracchia mentre siamo convinti di essere dei trasmettitori puri.
Vi sto dicendo che sono gli strumenti stessi che usiamo, strumenti elettromagnetici, che causano questo rumore che disturba la nostra biologia, cioè il nostro corpo, non solo la mente. Questo indipendentemente dalle informazioni che vengono veicolate. E per quanto riguarda proprio le informazioni, oggi abbiamo accesso a più informazioni di quante ne abbiano avute tutti i nostri antenati messi insieme. TV, internet, social: un flusso infinito che ci attraversa il cervello come una corrente elettrica continua.
Qual è il risultato reale? Siamo diventati più saggi o forse, paradossalmente, ci sentiamo più frammentati, più divisi, più incattiviti dalle nostre certezze? Più canali apriamo, più rischiamo di convincerci che chiunque non la pensi come noi sia qualcuno da combattere. L’informazione, che dovrebbe essere un ponte, è diventata il muro dietro il quale ci nascondiamo.
L'attenzione: la nostra moneta derubata
Perché accade? Perché le informazioni che ci iniettano non sono quelle vitali; è spazzatura elettromagnetica, distrazione programmata per tenerci lontani da ciò che realmente conta. Ci danno sempre un osso da mordere — politica, gossip, scandali — per farci litigare sul colore delle tende mentre la nostra casa brucia.
E mentre passiamo le ore a insultarci nei commenti, il sistema ci ha già sottratto l’unica cosa che conta: la nostra attenzione. L'attenzione è la nostra corrente di vita, la nostra sostanza creatrice. Se la regaliamo al rumore, la togliamo a noi stessi. Stiamo in realtà finanziando la nostra prigione con la nostra stessa coscienza.
La vetrina dell'Ego e l'avatar digitale
Viviamo in un’epoca in cui abbiamo messo l’ego in esposizione. Una volta la vanità era un difetto, oggi è una professione. Abbiamo trasformato la vita in una vetrina perenne dove elemosiniamo uno sguardo degli altri. "Guarda cosa mangio", "guarda dove sono", "guarda cosa faccio". Questa presunta felicità esiste solo se qualcuno guarda.
Abbiamo sostituito l’essere con l’apparire, diventando gli spettatori della nostra stessa recita. Abbiamo creato un avatar digitale più bello, impeccabile e perfetto di noi, e passiamo la vita a nutrirlo. Ma il personaggio è un parassita. Più il profilo brilla, più la nostra sostanza appassisce. Siamo diventati i maggiordomi di un’immagine, con la paura che spegnendo lo schermo spariremmo anche noi.
La prigione del giudizio e il bisogno di appartenenza
Siamo in una prigione invisibile e il filo d’acciaio che tiene insieme questo circolo è la paura del giudizio degli altri. Non servono guardie carcerarie, perché ognuno diventa il carceriere di se stesso. Se la nostra verità dipende dall'approvazione degli altri, non è verità, è recitazione. E questa paura ci rende tragicamente controllabili.
Il ghetto è confortevole, è rassicurante. Il nostro bisogno ancestrale di appartenenza è stato hackerato. Appena entriamo in un gruppo rischiamo di smettere di essere individui per diventare cellule di un organismo che sopravvive solo attraverso l’odio per l’esterno e l’obbedienza all'interno. L’odio è un collante potentissimo, ma è un veleno. I clown che ci dominano non temono le nostre proteste rumorose, temono il nostro distacco. Temono la nostra capacità di dire: "Queste sceneggiate non mi interessano, non mi appartengono".
I recinti del "Risveglio" e il consumismo spirituale
C’è un altro paradosso: a volte i "risvegliati" diventano più meccanici di chi dorme. Chi dorme non sa di dormire, ma chi si crede sveglio rischia fortemente di diventare arrogante. Passiamo dal telegiornale al guru, dal santone al profeta del web. Ma se il nostro risveglio ci porta a insultare gli altri, stiamo solo vivendo un altro incubo. Siamo entrati in un altro recinto.
Chi ci guadagna in tutto questo? Chi vince se passiamo anni della nostra vita nel fango digitale? Uno studio dice che mediamente una persona passa 6 anni e mezzo della sua vita sui social. È una cosa abnorme. La politica e i leader mondiali sono attori di una soap opera quotidiana che serve a tenerci incollati e ansiosi, mentre il vero potere consolida un dominio sempre più sofisticato. Il gioco è truccato a un livello che spesso non vogliamo nemmeno vedere.
Siamo immersi anche nella piaga del consumismo spirituale. Abbiamo sostituito il senso delle cose con il consumo: persino la spiritualità è diventata a pacchetto (corsi, certificazioni, libri). Ma la spiritualità nasce dal silenzio e dall'osservazione onesta. Non si compra. La gente la compra perché ha paura del vuoto, sperando che qualcuno gli dica cosa fare. Ma nessun "leaderone" può farlo al vostro posto.
Difficoltà artificiali e sottomissione
Oggi siamo immersi nelle difficoltà artificiali. Un tempo le difficoltà erano naturali: fame, freddo, sopravvivenza. Oggi non moriamo di freddo perché manca il calore, ma perché non possiamo pagare la bolletta. Si perde la casa perché non si può restituire qualcosa a chi l’ha creato dal nulla. Sono ostacoli costruiti per tenerci sottomessi. Se non fossimo così occupati a combattere queste guerre artificiali, avremmo forse la voglia per vivere davvero.
Conclusione: Il ritorno al buon senso e alla dignità
Cosa ci resta? Ci resta la bussola del buon senso: la capacità di vedere oltre l’ovvio senza filtri ideologici. Ascoltate quella vocina che dice "qui qualcosa non quadra". Non andate a chiedere risposta al guru o all'organizzazione; serve solo la volontà e il coraggio di guardare i fatti, soprattutto quando sono scomodi.
Serve poi la dignità. Ricordiamoci cosa siamo: non un numero, non un follower. Siamo esseri umani con una scintilla sacra e divina dentro che nessun sistema può spegnere. Possono solo convincerci a dimenticarlo. Per dignità intendo dire: "Io valgo perché sono vivo", non per un "mi piace" o per l'appartenenza a un gruppo.
Dignità è pensare senza paraocchi, anche se significa rimanere soli. Dignità è dire no quando tutti dicono sì per paura. Siamo infinitamente più grandi della nostra foto su un profilo. Senza dignità non siamo liberi, siamo schiavi che si credono padroni. È una scelta nostra continuare a recitare nel circo dei clown o iniziare finalmente a vivere.
Auguri di buona Pasqua o di resurrezione. La Pasqua è il passaggio dalla morte alla vita nuova. Per noi può essere il passaggio dal letargo e dall'ipnosi alla vita. Grazie a tutti.
M.