Il delitto della memoria - Gianluca ⍺.® אמת
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Il delitto della memoria
Il delitto della memoria
Chiamatela dittatura, ma abbiate almeno il coraggio di spiegare perché fa così paura.
Una dittatura che abolisce le bollette, che azzera gli interessi bancari e trasforma il credito in un diritto invece che in una trappola.
Una dittatura che considera la casa un fatto umano, non un prodotto finanziario e che versa denaro agli sposi perché una famiglia non nasca già indebitata.
Una dittatura che educa, cura, alfabetizza e che prende un popolo dal deserto e lo porta a leggere, studiare, laurearsi.
Una dittatura che paga i giovani finché non lavorino, invece di educarli alla precarietà come destino morale.
Una dittatura in cui il petrolio non diventi dividendo per fondi invisibili ma reddito collettivo, in cui la benzina costa meno dell’acqua perché l’energia è infrastruttura e non ricatto.
Una dittatura in cui il pane è simbolico, la maternità sostenuta, la vita alleggerita.
Una dittatura senza debito, senza FMI, senza BCE, senza austerità e soprattutto una dittatura che, nel cuore del deserto, costruisce acqua e non derivati o spread, bensì acqua reale per persone reali.
Il più grande progetto idrico del pianeta, mentre il mondo “libero” costruisce scarsità artificiale.
Allora smettiamola con l’ipocrisia, Gheddafi è stato ucciso perché esisteva un modello che dimostrava che lo Stato può proteggere invece di spolpare, la ricchezza può circolare invece di concentrarsi, la sovranità può esistere senza chiedere permesso.
Questo è il peccato imperdonabile, non il potere personale ma l’esempio, poiché una vera minaccia non è un tiranno ma un sistema alternativo che funzioni e quando un sistema funziona fuori dal dogma, non si discute ma si demonizza, si isola, si bombarda.
Ma non finisce qui, poiché uccidere il padre non bastava ma dovevano uccidere l’ideologia e Muammar Gheddafi era il passato da distruggere mentre Saif era il futuro da impedire.
Finché il figlio restava vivo, esistevano tre cose intollerabili: la continuità, la memoria, l’eventualità.
Saif non doveva governare, non doveva vincere e non doveva nemmeno parlare troppo.
Bastava che esistesse ed il problema andava eliminato con le buone o con le cattive in quanto bastava il nome e che milioni di libici potessero pensare: “prima si viveva diversamente”.
In un paese devastato, tribalizzato, saccheggiato, la nostalgia diventa un’arma politica.
Per anni è stato lasciato in vita come un fantasma controllato, isolato, delegittimato, intrappolato tra condanne e mandati e finché è rimasto silenzioso, andava bene e rimaneva come una reliquia.
Nel momento in cui tenta di rientrare nella scena parlando di riconciliazione, riattiva un illusorio sociale con il pericolo di diventare un punto di coagulo, smettendo di essere un uomo e tornando ad essere un problema strutturale in quanto non puoi imporre nell’immaginario collettivo una Libia nuova finché esiste qualcuno che ricordi con nome e cognome chi prima ha reso un paese senza debito e fame.
Saif non andava eliminato perché colpevole, andava eliminato perché confrontabile ed un morto è storia, un vivo è alternativa e le alternative, nei sistemi che vivono di distruzione controllata, non si processano.
Si cancellano.
L’assassinio del figlio non è vendetta, è bonifica della memoria, uccidi il padre per rovesciare un sistema, “uccidi” il figlio per assicurarti che non torni.
Il messaggio non è ai Gheddafi, né ai libici, è a tutti gli altri spettatori che devono imparare che quel modello non deve nemmeno essere pensato.
Chiamatela dittatura, se volete ed abbiate l’onestà di chiamare democrazia ciò che ci resta: una merda di debito a vita con diritto di voto opzionale e memoria sorvegliata nella migliore delle ipotesi.
Adesso se fosse ancora vivo conta ben poco poiché mediaticamente è già stato sepolto, il potere non elimina sempre i corpi, elimina le alternative ed in pratica non serve uccidere un’idea, basta dichiararla morta affinché penetri nell’immaginario collettivo e mi chiedo se realmente sia morto.
di : Gianluca ⍺.® אמת
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